noi farfalle si vive un giorno solo e quando son le sei di sera si han già le palle piene.

Negli ultimi anni ho potuto empiricamente costatare come lo Studente Universitario Medio, tendenzialmente, affina delle capacità che l’Homo Habilis Medio non ha. Tipo soffiarsi il naso con quello che un tempo era un fazzoletto di carta e che adesso è poco più di un filamento sfilaccioso arrotolato su sé stesso rinvenuto in qualche anfratto nascosto di giacche o borse. L’Homo Habilis Medio rifiuterebbe una tale pratica, bollandola come impossibile e antigenica, e getterebbe con disdegno al suo triste destino quello che lo Studente Universitario Medio accoglierebbe con stupore e riverenza come un piccolo ed inaspettato tesoro.
Il ritrovamento inatteso, difatti, è uno dei principali mezzi di sostentamento dello Studente Universitario Medio, da qui in seguito indicato come SUM.
Il SUM mai disprezza. il SUM osserva, valuta, e semmai rinuncia. Ma sempre a malincuore. Il SUM conserva intatto l’animo di un bambino che accoglie il nuovo e l’imprevisto con entusiasmo e buoni propositi: un fu fazzoletto, oggi filamento sfilaccioso, ai suoi occhi conserva le virtù e l’antico splendore del fu fazzoletto, pertanto è ancora degno di svolgere il suo ruolo. Il SUM riesce ad usare il filamento sfilaccioso proprio come i suoi avi avrebbero usato il fu fazzoletto senza incappare in incidenti spiacevoli di sorta ma, anzi, ottenendo risultati degni di nota e orifizi nasali da ammirare.
Com’egli riesca a produrre un tale lodevole risultato è un prodigio dell’evoluzione e dell’adattamento incessante dovuto a costanti privazioni, indigenza e soprattutto l’inattitudine naturale ad alzarsi dal divano per prendere un nuovo fazzoletto (oppure, nella più probabile delle ipotesi, è praticamente impossibile per il SUM raggiungere correttamente una posizione eretta ed in seguito raccogliere l’energia necessaria per uscire di casa e dirigersi verso il rivenditore di fazzoletti di fiducia più vicino. Nell’improbabile ipotesi che questo accada un cambio di habitat repentino tende a confondere il soggetto che a mala pena riuscirà a strisciare verso un aperitivo qualsiasi). E’ altresì interessante notare come queste abilità, di cui ora ho fornito un solo ma mirabile esempio, siano regressive con il tempo: abbandonato lo status di SUM il soggetto tende a favorire superfici sempre più ampie in cui poter strombazzare il proprio naso, fino ad arrivare all’assoluto e totale disconoscimento dell’antico e solidale rapporto che un tempo aveva con i filamenti sfilacciosi ritrovati nei meandri delle proprie tasche.
E dato che, come dicevano i latini o chi per loro, scripta manent con questa mia vorrei ora omaggiare il SUM che sono per non dimenticarmene in futuro, in una sorta di perpetua memoria al disagio universitario, alla pigrizia e all’indigenza. amen, fratelli.

Niente è che ho il raffreddore, non ho voglia di alzarmi, mi sono appena soffiata il naso con una cosa incredibile tipo lunga due metri e larga un millimetro che ho trovato nel mio letto e ne sono rimasta molto colpita, quindi ho pensato di rendervi partecipi del mio personale successo, per la serie cose di cui anche poteva non fregarvi un cazzo.
ah, e per continuare il novero di appassionanti notizie, è ricominciata de uolching dèd e finalmente ci hanno arridato le orde di zombie splatter che aspettavamo,  l’hanno capito che le pippe mentali di grimes ci avevano sfrancicato i coglioni. daje. e saludos.

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sii te stesso, tutti gli altri sono già occupati.

cari amisci della notte, ero qui a mangiarmi le pellicine quando ho pensato che sarebbe anche l’ora di aggiornare il blog. per cominciare il duemilaetredici vi farò un paio di accurate recensioni di film brutti, giusto perché l’altro giorno ho incominciato a vederne uno e adesso di studiare proprio non ne ho per le palle. evvai. sostanzialmente il Film Brutto Numero 1 inzia con questo tizio che si crede un gran fico, con gli occhiali neri e i capelli lunghi e la camicia aperta e via dicendo, che cammina per il deserto in terra santa pensando cose tipo “nessuno crederà a questa storia perché neanche io ci crederei, io che sono un fico con gli occhiali neri i capelli lunghi e la camicia aperta e via dicendo, però voi credeteci lo stesso già che ci hanno fatto un film”. insomma il tizio è lì che se la passeggia allegramente e ad un tratto si accorge di essere seguito da uno che pare gesù. giustamente all’inizio tenta di seminarlo facendo zig zag guardandosi alle spalle con atteggiamento sospettoso, poi capisce che è una cosa inutile nonché idiota da fare nel mezzo del deserto e si ferma. segue intenso primo piano di un gesù con delle sopracciglia incredibili e una strana barba biforcuta. (no davvero guardatelo)  A quel punto i due si lanciano in un brioso dialogo tipo “sono gesù” “no, non lo sei” “ti dicò di sì!” “no, non ti credo!” “si-iii” “no-ooo!” finchè colpo di scena, amici ascoltatori, gesù gli dice “io so del tuo incidente!” e parte un flashback del tizio che si crede un gran fico, dove scopriamo che si chiama alessandro, fa il pubblicitario e faceva le riunioni passeggiando sui tavoli. Fine, perché qui ho spento il computer, che a me i film brutti piacciono, ma questo qui era noioso e le sopracciglia di gesù mi distoglievano l’attenzione da tutto il resto.

comunque questo gesù dalla barba biforcuta mi ha fatto venire in mente una recensione che da anni volevo fare, di un film veramente brutto che consiglio a grandi e piccini perché personalmente mi ha fatto ridere per settimane. Il Film Brutto Numero 2 (dal pregevole titolo di Legion) è ambientato in una tavola calda in mezzo al nulla (ai registi dei film brutti forse piacciono i luoghi desertici, comunque qui siamo in arizona) dove lavorano padre e figlio e una cameriera incinta. Il figlio ovviamente è innamorato della cameriera mentre lei va in giro a farsi mettere incinta da gente a caso, ma questo è marginale. Ad un certo punto entra un’adorabile vecchietta tutta trine e merletti, e tutto sembra tranquillo finché questa non comincia a sputare sangue, tenta di mangiare la cameriera incinta, stacca il collo a morsi ad un poveretto che era lì buonobuono nel suo angolino a mangiarsi una ciambella e si mette a camminare sul soffitto tipo nell’esorcista. Dopo che il cuoco (che *chicca!* ha un uncino al posto di una mano) ha avuto la cara grazia di spararle un colpo in testa arriva un tizio tatuato e come niente dice “ciao, sono l’arcangelo michele, dio ha deciso di far finire il mondo ma io vi voglio proteggere perché il bambino della cameriera puttanella sarà il nuovo messia”. Tutto liscio come l’olio. Compreso il fatto che dio, anziché mettersi a volteggiare bel bello con la sua barba bianca sulla valle di giosafat o prendere la terra tra pollice e indice e spiaccicarla, per ammazzare cameriera e figlio preferisce trasformare l’intera popolazione della terra (leggasi: dell’arizona) in una serie di esilaranti esseri demoniaci e mostruosi che letteralmente assediano la tavola calda. Il mio preferito è il gelataio che si allunga tipo Tiraemolla (questo qui, stile “passa al lato oscuro abbiamo il gelato”). parte clou del film: l’arcangelo michele e l’arcangelo gabriele si scontrano tra loro usando fucili a pompa, mitra e mannaie in uno scontro alla matrix. ma ho già spoilerato troppo.
ciò che rende questo film meraviglioso è il suo essere così candidamente e sinceramente spudorato, al punto che non gli si può muovere nessuna obiezione. è un film veramente, veramente brutto, e noi lo amiamo così, come le mamme amano i loro figli scarrafoni.

postilla: sono andata a cercarmi notizie su gesù sopraccigliuto: ha un’unica espressione facciale da “guardami, sono bellobellobello in modo assurdo!” e adesso fa centovetrine. per la serie cose di cui poteva anche non fregarvi un cazzo.

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il leone e il vitello giaceranno insieme, ma il vitello dormirà ben poco.

Sin dagli albori del mio percorso educativo la matematica non è mai stata il mio punto forte. Inizialmente si scontrava con la mia logica: perché mai un certo signor Paolini, entrato non so come nella mia vita, un giorno si presentava a casa mia e pretendeva impunemente tre delle mie cinque mele? Erano forse debiti di gioco? E il Signor Paolini, era alto o basso? Aveva i baffi? Mai nessuno si sprecava a darmi delucidazioni. Lasciata sola tra i miei dubbi ho incominciato a nutrire dei sani sospetti nei confronti della materia, mentre generazioni di maestre si battevano per convincermi a calcolare quante zampe avessero in totale dodici coccodrilli. Alcune di loro sono cadute lanciando il cancellino in faccia al nemico, costituito dalla mia granitica indifferenza nei confronti dell’aritmetica.
Ancora adesso cado nel panico più profondo se penso alla tara, al peso netto e al peso lordo, la mia capacità di astrazione è assolutamente nulla e nel momento in cui ho capito che le lettere greche stavano prendendo il sopravvento sui numeri, è stata la fine. Una fine, devo ammettere, ingloriosa; non è con vanto che affermo di fare parte di quella schiera di persone che non sono in grado di fare somme a più di due cifre senza l’ausilio di una collaudata calcolatrice e che fuggono turbate se s’imbattono in un’equivalenza. Questo mio risentimento nei confronti di qualsiasi calcolo non è da sottovalutare, fino ad oggi la presenza di un vago accenno alla matematica in qualsiasi ambito avrebbe fatto calare sul mio cervello una saracinesca, una cortina di ferro impenetrabile, rendendomi sorda e cieca a qualsiasi stimolo esterno. Tipo gli opossum che di fronte al pericolo fingono di essere morti.
Eppure, mentre stamattina pedalavo con allegra andatura, è stata proprio la matematica ad attirare la mia attenzione, lasciandomi sgomenta e incredula di fronte ad una perversa equazione priva di ogni senso, che mi ha portato a rivalutare tutte le mele che dovevo al Signor Paolini, poveretto, e di colpo ho capito che nella mia vita nessuna conoscenza può essere secondaria. Perché l’ignoranza, quella bruta, potrebbe portare le persone a credere che, se la matematica non è un’opinione, allora l’equazione che torreggia sui nuovi manifesti della lega “- stranieri + giovani = prima il nord” è una cosa vera. E questa matematica a me fa molto più paura di quanto mi facessero le tabelline. che, vi assicuro, non è affatto poco.

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anche se è generalmente noto, penso che sia ora di annunciare che sono nato ad un’età molto precoce.

ogni tanto vado in fissa e mi metto a pensare alle morti stupide. pensateci, mettiamo che il il rispettabilissimo signor Wordfish (immaginiamocelo come un bonario omone con i baffi) abbia vissuto una vita piena di rettitudine e buone azioni e una sera all’improvviso, splat, scivola su una buccia di banana, batte la testa e rimane lì bello che stecchito. un grande classico, direte voi. ma, per quanto il signor Wordfish nella sua vita sia stato un magnanimo e gioviale baffuto, i posteri non potranno non pensare a lui come “il tizio che è morto scivolando su una buccia di banana, ahah”.
probabilmente il mio timore di morire in modo idiota è dato dal fatto che io sono il tipo di persona che costella la sua esistenza di briosi episodi tipo: corro come una pazza in terrazzo, non mi accorgo che la tapparella non è alzata del tutto e ci sbatto contro clamorosamente con la testa, rovinando sul pavimento con balzo carpiato doppio all’indietro.
un decesso del genere mi farebbe morire d’imbarazzo (ah, ah, ah!).
per la linea random, piccolo siparietto di vita vissuta: l’altro giorno l’estetista (scusami, amico maschio, ma no, noi foemine non siamo naturalmente depilate e, per dirla tutta, facciamo anche la cacca) mentre mi stavo rivestendo ha lanciato un gridolino di giubilo e: “oh, che bel gluteo che hai”, lasciandomi nella più totale confusione. gluteo. uno. sarà il destro i sinistro? vuol dire che ho una chiappa molto più brutta dell’altra? o è il singolare dei fashionist, quelli che dicono Il Pantalone, La Mutanda e Il Capello? nel dubbio ho sorriso e ho portato il mio gluteo molto rapidamente fuori da lì.

ah, come sapete io sono una che rarissimamente consiglia altri blog e roba del genere, giusto per fare la first lady. ma questo ha talento a palate: http://mauvais2.blogspot.it/
fidatevi della zia claspita.

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con la schizofrenia non sarai mai solo.

Sono appena uscita dallo stadio larvale, ovvero la folle sessione estiva in cui ho finito gli esami della triennale, cosa che mi fa sentire irrimediabilmente ad un passo dalla tomba. Però, mentre mi immergevo in storia della critica letteraria, linguistica applicata e altre cose carine di questo tipo, ho avuto il piacere di approfondire il magico mondo delle aule studio universitarie, conoscendone a fondo la flora e la fauna, e giusto perché ora non ho nulla da fare vi delizierò con alcuni degli archetipi umani che inevitabilmente lo popolano:

l’opossum. Non gli è ben chiaro il motivo per cui si trova lì. Di studiare non se ne parla. Temendo di poter essere assalito in qualche modo dai libri fa sua la tecnica degli opossum di fronte ai predatori: s’immobilizza. Perfettamente pietrificato, mani in grembo, solo i più attenti osservatori noteranno un impercettibile battito di ciglia. Davanti a sé, gli appunti. Nei suoi occhi, il vuoto cosmico e un abisso d’angoscia. Struggimento tombale.

il plurirattristato. Arriva in aula studio di buon’ora, trascinando con sé libri e senso di colpa. Nel momento in cui si siede dispone con ammirabile perizia tonnellate di materiale sul tavolo, sfoglia gli appunti senza posa, sottolinea come se non ci fosse un domani. Eppure i suoi occhi inquieti frugano guardinghi tra i banchi, le orecchie sono ritte e sensibili a qualsiasi rumore: non ne ha proprio per le palle. È costretto a rimanere incollato alla sedia da un indefinito ma altissimo senso del dovere, e dunque siede, mestamente, recettivo a qualsiasi impulso esterno: entra una persona, alza gli occhi. Una sedia cigola, balza con lo sguardo in direzione del rumore. Nel caso cadesse una penna sarebbe il primo a prodigarsi a raccoglierla. Tenero e inoffensivo accoglie con sincera gratitudine qualsiasi minima distrazione il mondo (leggasi: i dieci metri quadrati dell’aula) gli offra.

il replicante. La nemesi del plurirattristato: il replicante nel momento in cui si siede entra in un’altra dimensione, con il gelido distacco di androide s’incolla al libro e nulla può sfiorarlo, niente può modificare il suo perfetto equilibrio interiore.  Sostanzialmente fa quello che tutti dovrebbero fare: il poveretto studia, e studia come uno stronzo, sfiancandosi e trasudando fatica da tutti i pori. Dovrebbe suscitare ammirazione, invece è guardato con astio dal plurirattristato ed anche l’opossum, pur cristallizzato nella sua staticità da sfinge, tenta di mandargli vibrazioni negative. Ingiustamente maltrattato e bollato come crumiro, merita qui un mio personale plauso.

lo zaino. Di proprietario ignoto, lo zaino occupa diligentemente una sedia, in solitudine ma apparentemente senza mestizia. I più fortunati che trovano posto accanto allo zaino si risparmiano un vicino rumoroso e/o puzzolente , mentre i più sfortunati che non trovano posta a causa dello zaino sono soliti lanciare a lui e all’invisibile proprietario antichi anatemi indiani. Lui stoicamente sopporta. Se nel suo profondo soffra non ci è dato saperlo.

il compagnone. Visitatore fugace, similmente a un’allegra farfalla egli arriva leggiadro ed è capace di veleggiare per ore ed ore senza stancarsi, elargendo sorrisi, pacche sulle spalle ed amichevoli cenni d’intesa. Conosce tutti. Riesce a visitare tutte le aule studio e tutte le biblioteche in maratone di affettuosi saluti, libri coraggiosamente sotto braccio, quando lo si incontra sta sempre andando da qualche parte a studiare. Dove, non si sa, ma nel frattempo offre sigarette, sorride incoraggiante e non si può non amarlo guardandolo allontanarsi con il suo carico di libri e di speranza.

non lo sapevate? Sapevatelo. Su claspitescional channel

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beethoven era talmente sordo che per tutta la vita pensò di essere un pittore.

nel caso a qualcuno fosse sfuggito, non scrivo da un annetto e oggi mi sembra arrivato il momento di ricominciare a martellarvi gli zebedei con un’imperdibile zuppa di cazzi miei.

eccoci qui, bentornati al piccolo angolo dell’autocommiserazione. ho passato più o meno gli ultimi sei mesi in stato di catalessi, tra vette euforiche e abissi di disperazione in spietata autoanalisi, per cui questo post sarà un unico lungo piagnisteo. rullo di tamburi, si apra il sipario.
La prima brillante conclusione a cui sono arrivata è che come analista sono una pippa.
La seconda è che, in ogni caso, sto diventando lievissimamente misantropa, del tipo che in certi momenti avrei voglia di uscire per strada armata di ascia urlando come una pazza e affettando gente a caso, così, per il gusto di.
Secondo alcuni osservatori esterni, dato che io dipendo dalla mia coinquilina come un cucciolo di foca dipende dalla mamma, causa di tutto questo sarebbe la sua partenza visto che, un bel giorno, ha fatto fagotto ed è partita per la tunisia, lasciandomi sola in una casa che attualmente condivido con: un nano da giardino laccato d’oro che risponde al nome di Mister Gold, un ragno di tipo venti centimetri che ho battezzato Sebastian, moltissime lattine di birra vuote che dimentico sempre di buttare e, ultimamente, una lucertola mezza scema che tenta ripetutamente di entrare in cucina, si fa prendere in mano senza protestare e rimane immobile a fissarmi per ore finché non la porto fuori, lei ritenta di entrare, mi fissa immobile, la riporto fuori eccetera.
A quanto pare frequentare solo questa compagnia mi ha portato a sviluppare una sorta di disagio nei confronti degli altri esseri umani, disagio che balza fuori nei momenti più impensati, tipo: sono a bere un birretta in compagnia, tutta piena di gioia, positività e fiducia nei confronti dell’universo, e nel giro di un quarto d’ora mi precipito a casa implorando Mr. Gold di perdonarmi per averlo abbandonato, rassicurandolo sul fatto che solo lui mi capisce, eccetera.
Il mio degrado è incominciato impercettibile sino ad arrivare a livelli colossali, portandomi a passare la totalità del giorno del mio compleanno seduta in cucina, in mutande, a mangiare avanzi e a guardare le ultime due serie di scrubs in una maratona dalla quale sono uscita con il culo molto piatto ma anche con una certa dose di masochistico orgoglio. effettivamente ogni anno riesco invariabilmente a rendere il mio compleanno un giorno orrendo di mestizia e solitudine, è una sorta di auto sabotaggio di origini remotissime che mi porta a nascondere la data a tutti con perizia ed abilità per poi chiudermi in casa terrorizzata all’idea che qualcuno mi chieda “ma non organizzi niente?”. No che non organizzo niente, il compleanno è fatto per essere passato nella afflizione più totale in un crescendo di pateticità per potermi sentire ancora più sola e scorbutica. Non ho mai ben capito cosa scatti nel mio cervello verso la fine di maggio, ma va avanti così da anni e anni.

a questo punto credo abbiate intuito che la mia vita ultimamente è uno spasso, piena di affascinanti avventure ed imprevedibili colpi di scena, sostanzialmente tutto quello che faccio è passare quindici volte al giorno da momenti in cui striscio in giro sperando di trovare qualcuno da ammorbare con le mie crisi esistenziali a momenti in cui sprizzo spensieratezza da tutti i pori, studio, pulisco casa e amo il mondo.

e adesso scusate, ma devo andare a salvare l’antico vaso. La mia bipolarità giusto adesso mi porta ad essere gaia e gioconda, e francamente ora come ora non mi dispiace l’idea di mettermi uno svolazzante vestito bianco, scendere in strada con un cestino di vimini al braccio e saltellare in giro lanciando petali di rosa ai passanti.
ci si ribecca tra più o meno quindici miliardi di anni, statemi bene.

postilla: la lucertola è stata rinvenuta sul mio zerbino, defunta. Che non fosse proprio messa benissimo l’avevo intuito, ma devo ammettere di aver pensato che fosse solo un po’ ottusa e sostanzialmente ben disposta verso di me. Del tipo che di tanto in tanto pensasse “ehi, andiamo a vedere come se la passa la gigantessa buona” e trotterellasse amichevolmente nella mia cucina per farmi compagnia. Invece a quanto pare stava tirando le cuoia e vagava a caso in stato confusionale, e quando la prendevo in mano e lei rimaneva buona buona in realtà stava fingendo di essere morta perché è così, mi dice wikipedia, che le lucertole si difendono dai predatori. Mi sento sedotta e abbandonata. Comunque se dovesse interessare a qualcuno, le lucertole morte dopo ventiquattrore assumono uno spiccato color blu elettrico. E nonostante il suo atteggiamento mi abbia ferita, le ho fatto un funerale con tutti i crismi.

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l’alba era lì, senza memoria.

e lo sapevo che poi la vita non è abbastanza grande per tenere insieme tutto quello che riesce ad immaginarsi il desiderio. ma non ho cercato di fermarmi, né di fermarti. sapevo che lo avrebbe fatto lei. e lo ha fatto. è scoppiata tutto d’un colpo. c’erano cocci ovunque, e tagliavano come lame.

A.B.

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